Intervista all’attore sordo che interpreta il padre di Sarah Toscano in ‘Non abbiam bisogno di parole’, remake de ‘La famiglia Bélier’, nonché primo film Netflix recitato nella lingua italiana dei segni
03 Aprile 2026
Quattro anni fa, con i tre Oscar vinti da CODA – I segni del cuore, il mondo scopriva la profondità e la complessità delle comunità di persone sorde e delle sfide che affrontano i CODA, ovvero le persone udenti che crescono da genitori sordi. Oggi Netflix torna alla carica con il “primo film italiano dedicato al mondo delle persone sorde e interpretato da attori sordi”, riproponendo la nuova versione del film francese La famiglia Bélier, di cui anche CODA era un adattamento.
Diretto da Luca Ribuoli, Non abbiam bisogno di parole segue abbastanza fedelmente la trama originale, adattandola al contesto italiano e al periodo storico. La popolare cantante Sarah Toscano, alla sua prima apparizione cinematografica, interpreta Eletta, unica udente in una famiglia di contadini piemontesi, che scopre di avere un talento eccezionale per il canto. Sotto la guida della sua docente (interpretata da un’eccezionale Serena Rossi) inizierà a studiare per essere ammessa in una prestigiosa scuola torinese, entrando inevitabilmente in conflitto con i genitori, che hanno bisogno di lei per il loro lavoro e per le ambizioni del padre Alessandro, che si è candidato come sindaco del loro paese al motto di “io vi ascolto”.
Grazie anche all’originale brano Atlantide, cantato da Sarah Toscano, Non abbiam bisogno di parole riesce ad emozionare come i suoi predecessori. Soprattutto avvicina il grande cinema alla comunità di persone sorde italiane. Per l’occasione ne abbiamo parlato con Emilio Insolera, attore, produttore e regista che fa parte della comunità sorda italiana e che interpreta proprio Alessandro, padre di Eletta. L’intervista è stata realizzata a distanza, senza bisogno di interpreti, grazie alla capacità di Emilio di parlare chiaramente nonostante la sordità.
Emilio Insolera, gli attori che hanno interpretato il suo ruolo nei precedenti film hanno ricevuto importanti riconoscimenti, come l’Oscar vinto da Troy Kotsur. Che tipo di ispirazione ha trovato in loro e quanto invece ha provato a distanziarti?
Prima di tutto, la cosa bella è che ultimamente ci sono più film con attori sordi. Esistono diversi modelli da seguire. Io sono l’ultimo punto di riferimento e non devo cominciare tutto da zero. Ho cercato di prendere un po’ della personalità del personaggio di CODA, la volgarità, il fatto che dice parolacce. Ho cercato di continuare questo filo. Allo stesso tempo, il regista Luca Ribuoli voleva che io mi focalizzassi di più sul primo personaggio, quello de La famiglia Bélier. Quindi ho dovuto stare un po’ nel mezzo: mi piaceva il personaggio di CODA, ma il regista voleva che io fossi più vicino al primo personaggio, un tipo non alpha, un po’ più passivo, che non parla tanto. Ho cercato di seguire la sua visione e quindi ho preso un po’ da tutti e due. Nel film ho dovuto essere più passivo di quanto io sia in realtà: il mio personaggio non sa avere un confronto profondo con la figlia, qualcosa che io come persona saprei fare. Ho dovuto essere una persona più focalizzata su me stesso.
Qual è stato l’aspetto più difficile nell’interpretare il suo personaggio?
La sfida maggiore nell’interpretare il mio personaggio è che era un contadino, perché mi ha costretto a cambiare il modo in cui dovevo esprimermi. Io ho vissuto solo in grandi città: Buenos Aires, Milano, Tokyo, New York, ma ho vissuto per breve tempo in Sicilia e capisco come lavorano in contadini. Ho dovuto cambiare il modo in cui mi esprimo con le mani, perché i contadini usano un linguaggio molto più semplificato. È come nell’uso del dialetto. Poi ho dovuto far crescere la barba, anche quella è stata una sfida. Le mie figlie, che sono sorde, non vogliono la barba. Quindi appena ho potuto me la sono tolta.
All’epoca della sua uscita, La famiglia Bélier venne criticato per l’assenza di attori sordi. Cosa ne pensa delle critiche e in che modo questo nuovo adattamento è più rispettoso della comunità delle persone sorde?
Io come persona sorda, che ha fatto diversi film in passato, sono per l’autenticità. Una persona udente che finge di essere una persona sorda manca di autenticità anche dal punto di vista del linguaggio. Io non potrei mai fingere di essere una persona udente, con questa voce. Tu lo capisci subito che sono sordo, non ci sarebbe autenticità. Esattamente come un giapponese che finge di essere italiano. Nei film dobbiamo chiamare gli attori più talentuosi. Io sono nato usando la lingua dei segni, perché i miei genitori sono sordi. Sono nato usando le mani, in mezzo a bambini sordi, in un’enorme famiglia di persone sorde, per questo motivo la mia qualità da un punto di vista linguistico è altissima. L’idea che una persona finga di essere sorda è inaccettabile. Nel primo film hanno fatto un lavoro terribile dal punto di vista linguistico: il regista non voleva catturare il movimento delle mani, ma la personalità dei personaggi, questo si poteva fare, ma a discapito dell’autenticità linguistica. Il film italiano è sicuramente molto migliore da questo punto di vista, proprio come nel film CODA. La versione statunitense e la nostra sono autentici allo stesso livello. Siamo molto orgogliosi del nostro lavoro.
Quali sono state le sfide di lavorare su un set in cui c’erano persone sorde e udenti. In particolare come ha lavorato con Sarah Toscano, con cui aveva moltissime scene?
Avrei voluto un rapporto più profondo con Sarah, ma i tempi non lo hanno permesso. Come attore, regista e produttore sono convinto che il rapporto profondo tra gli attori migliora il risultato. Visti i tempi corti io ho fatto il massimo: ad esempio fuori dal set ho cercato di avere un confronto diretto con lei, senza l’interprete, da cui lei dipendeva durante le riprese. Per me era importante, perché nel film sarebbe stata mia figlia. Lei continuava a guardarmi le mani, perché aveva lavorato con una consulente che le aveva spiegato i segni. Il problema è che la consulente era udente, ma Sarah doveva comportarsi come una persona sorda, che ti guarda gli occhi, non le mani. Nel poco tempo che abbiamo avuto insieme, ho cercato di darle questi consigli. La parte più difficile è stata quando avevamo dei dialoghi, perché a volte segnavo troppo veloce e vedevo dalla sua espressione facciale che non mi seguiva: si ricordava le sue linee, ma non le mie. Quindi ho dovuto smettere di guardarla. Con gli attori sordi, invece, era tutto più naturale, si poteva aggiungere qualche segno, improvvisare per rendere più fluida la conversazione. Con gli attori udenti era tutto più tecnico, dicevi la tua battuta, ti fermavi e aspettavi il tuo turno.
La scena più emozionante del film è proprio quella tra voi due, in cui Eletta canta per suo padre, mentre lui le tocca le corde vocali. È qualcosa che i sordi sono soliti fare?
Toccare il collo per sentire le vibrazioni non è una cosa nuova per me, l’ho sempre fatta, fin da piccolo. Tuttora io ho due bambine sorde e le tocco la gola per assicurarmi che parlino bene. E qualcosa che faccio continuamente. Nel film è un po’ diverso perché il personaggio non l’ha mai fatto: lo fa per la prima volta per potere sentire sua figlia. Per questo è stato così emozionante. Io ho dovuto immaginare che anche per me fosse la prima volta ed entrare nel personaggio.
Come è stato lavorare sul set con sua moglie, Carola Insolera, che interpreta Carola, moglie di Alessandro e madre di Eletta?
È stato interessante: non abbiamo mai lavorato così tanto assieme. Abbiamo fatto qualche sessione di fotografia insieme, ma nel film è stato un lavoro molto continuo. È stata un’esperienza nuova. Io la conosco molto bene, so quando è su, quando è giù. Non è stato difficile anzi abbiamo imparato qualcosa. Abbiamo capito che possiamo lavorare insieme, ma che è importante anche avere spazio per riposare. Durante le riprese stavamo nella stessa roulotte, nella stessa stanza, nelle stesse scene, ma anche le coppie hanno bisogno di un po’ di spazio. Io avevo bisogno di alienarmi, lei di focalizzarsi su qualcos’altro. Una volta entrati nei personaggi abbiamo fatto molto bene. C’è stata una scena in cui io e lei comunicavamo da soli, a letto. È stata una scena facilissima che abbiamo fatto molto velocemente. A differenza di quando c’erano scene con attori udenti, in cui bisognava prendere molte pause.
Il personaggio di Carola dice una frase molto forte alla figlia: credevo che tu fossi “sorda dentro”. Cosa vuol dire?
Il fatto di poter sentire non vuol dire che tu non sia una persona sorda. I CODA dentro si sentono persone sorde nel senso che sono più legate alla lingua dei segni e alla comunicazione visuale. Una volta che tu ti sei legato a una lingua visuale entri nella comunità dei “visualisti”, mentre c’è chi entra in quella dei “sonoristi”. I CODA devono scegliere tra l’una o l’altra. Quando Eletta entra nel mondo del suono c’è una perdita di connessione, per questo la madre la ritiene fuori dalla loro comunità visuale. Non è un caso che tantissimi CODA si sposano con persone sorde.
Come è stato lavorare insieme a Ridley Scott sul set del film di prossima uscita The Dog Stars?
Non posso condividere i particolari, ma posso dire che è stato favoloso lavorare con un maestro, uno dei miei registi preferiti che mi ha ispirato a fare il mio film. Lui ha diretto Black Rain con Michael Douglas, il suo film mi ha spinto ad andare in Giappone, ad Osaka, a fare il mio film sui supereroi. È bello riuscire a lavorare con una persona che ti ha ispirato. Fantastico. Ho imparato moltissimo lavorando con lui.
Come cambia l’approccio di un produttore e di un regista sordo al mondo del cinema?
Cambia moltissimo. Il problema principale è convincere le persone che devono investire milioni nei tuoi progetti. I grandi Studios vedono la sordità come una disabilità. Io non mi considero un disabile, mi considero uno straniero che usa una lingua visuale, che appartiene a una comunità visuale, che ha bisogno di soldi e di finanziamenti per fare un film mai visto. Fino ad ora sono dovuto dipendere dagli interpreti. Se un interprete non poteva venire, cancellavo l’appuntamento, per questo perdevo moltissimi contatti. Ora che la tecnologia dei sottotitoli mi permette di capire, io vado avanti per conto mio, anche se la mia voce non è perfetta. In qualche modo riusciamo a capirci, possiamo instaurare un ponte, perché abbiamo abbastanza intelligenza per capire l’essenza del messaggio. Siamo arrivati in una fase in cui io posso presentare i miei progetti, non a corto budget come in passato, ma molto più avanzati, in grado di focalizzare una cultura visuale che racconta la storia dei sordi. Con questo film, che parla di sordi e contadini è come toccare la superficie della sordità. È bellissimo ma è un punto di partenza. Il cinema si sta evolvendo, sta iniziando a capire la sordità, passo dopo passo. Chi è concentrato sul suono non ha capito ancora la modalità visuale. Dobbiamo aspettare che siano pronti.
Cosa spera che cambi dopo l’uscita di questo film?
Netflix aveva fatto film americani sulla lingua dei segni, docuseries, ma non film italiani. Penso che sia il primo passo dello Studio verso persone sorde. Il primo passo in cui io potrò chiamare professionisti sordi, non solo davanti alla camera, ma anche dietro: consulenti, assistenti al montaggio, alla produzione. Un attore deve sempre chiedere alla produzione, ma se nella produzione c’è una persona sorda è più facile spiegarsi. Sarebbe bello perché potremmo ispirare altri paesi. Mi aspetto molti più film con la lingua dei segni, che ci rappresentino, che ci facciano vedere i nostri lati positivi, i nostri poteri. Voi avete qualcosa che noi non abbiamo, ma anche noi persone sorde abbiamo qualcosa che voi non avete. Negli ultimi 100 anni sono stati fatti film che parlano di quello che noi non abbiamo, siamo vittimizzati, ora siamo in una fase di transizione. Abbiamo bisogno di sceneggiatori sordi prima dell’inizio della produzione, di una collaborazione più stretto tra professionisti sordi e udenti. Noi italiani usiamo molto i gesti, siamo a un passo dal conoscere la lingua dei segni, mentre gli altri paesi sono a due passi. Spero che l’Italia diventi il primo paese al mondo in cui tutti conoscono la lingua dei segni. È uno dei miei obbiettivi. Niente è impossibile.
Quattro anni fa, con i tre Oscar vinti da CODA – I segni del cuore, il mondo scopriva la profondità e la complessità delle comunità di persone sorde e delle sfide che affrontano i CODA, ovvero le persone udenti che crescono da genitori sordi. Oggi Netflix torna alla carica con il “primo film italiano dedicato al mondo delle persone sorde e interpretato da attori sordi”, riproponendo la nuova versione del film francese La famiglia Bélier, di cui anche CODA era un adattamento.
Diretto da Luca Ribuoli, Non abbiam bisogno di parole segue abbastanza fedelmente la trama originale, adattandola al contesto italiano e al periodo storico. La popolare cantante Sarah Toscano, alla sua prima apparizione cinematografica, interpreta Eletta, unica udente in una famiglia di contadini piemontesi, che scopre di avere un talento eccezionale per il canto. Sotto la guida della sua docente (interpretata da un’eccezionale Serena Rossi) inizierà a studiare per essere ammessa in una prestigiosa scuola torinese, entrando inevitabilmente in conflitto con i genitori, che hanno bisogno di lei per il loro lavoro e per le ambizioni del padre Alessandro, che si è candidato come sindaco del loro paese al motto di “io vi ascolto”.
Grazie anche all’originale brano Atlantide, cantato da Sarah Toscano, Non abbiam bisogno di parole riesce ad emozionare come i suoi predecessori. Soprattutto avvicina il grande cinema alla comunità di persone sorde italiane. Per l’occasione ne abbiamo parlato con Emilio Insolera, attore, produttore e regista che fa parte della comunità sorda italiana e che interpreta proprio Alessandro, padre di Eletta. L’intervista è stata realizzata a distanza, senza bisogno di interpreti, grazie alla capacità di Emilio di parlare chiaramente nonostante la sordità.

Emilio Insolera, gli attori che hanno interpretato il suo ruolo nei precedenti film hanno ricevuto importanti riconoscimenti, come l’Oscar vinto da Troy Kotsur. Che tipo di ispirazione ha trovato in loro e quanto invece ha provato a distanziarti?
Prima di tutto, la cosa bella è che ultimamente ci sono più film con attori sordi. Esistono diversi modelli da seguire. Io sono l’ultimo punto di riferimento e non devo cominciare tutto da zero. Ho cercato di prendere un po’ della personalità del personaggio di CODA, la volgarità, il fatto che dice parolacce. Ho cercato di continuare questo filo. Allo stesso tempo, il regista Luca Ribuoli voleva che io mi focalizzassi di più sul primo personaggio, quello de La famiglia Bélier. Quindi ho dovuto stare un po’ nel mezzo: mi piaceva il personaggio di CODA, ma il regista voleva che io fossi più vicino al primo personaggio, un tipo non alpha, un po’ più passivo, che non parla tanto. Ho cercato di seguire la sua visione e quindi ho preso un po’ da tutti e due. Nel film ho dovuto essere più passivo di quanto io sia in realtà: il mio personaggio non sa avere un confronto profondo con la figlia, qualcosa che io come persona saprei fare. Ho dovuto essere una persona più focalizzata su me stesso.
Qual è stato l’aspetto più difficile nell’interpretare il suo personaggio?
La sfida maggiore nell’interpretare il mio personaggio è che era un contadino, perché mi ha costretto a cambiare il modo in cui dovevo esprimermi. Io ho vissuto solo in grandi città: Buenos Aires, Milano, Tokyo, New York, ma ho vissuto per breve tempo in Sicilia e capisco come lavorano in contadini. Ho dovuto cambiare il modo in cui mi esprimo con le mani, perché i contadini usano un linguaggio molto più semplificato. È come nell’uso del dialetto. Poi ho dovuto far crescere la barba, anche quella è stata una sfida. Le mie figlie, che sono sorde, non vogliono la barba. Quindi appena ho potuto me la sono tolta.
All’epoca della sua uscita, La famiglia Bélier venne criticato per l’assenza di attori sordi. Cosa ne pensa delle critiche e in che modo questo nuovo adattamento è più rispettoso della comunità delle persone sorde?
Io come persona sorda, che ha fatto diversi film in passato, sono per l’autenticità. Una persona udente che finge di essere una persona sorda manca di autenticità anche dal punto di vista del linguaggio. Io non potrei mai fingere di essere una persona udente, con questa voce. Tu lo capisci subito che sono sordo, non ci sarebbe autenticità. Esattamente come un giapponese che finge di essere italiano. Nei film dobbiamo chiamare gli attori più talentuosi. Io sono nato usando la lingua dei segni, perché i miei genitori sono sordi. Sono nato usando le mani, in mezzo a bambini sordi, in un’enorme famiglia di persone sorde, per questo motivo la mia qualità da un punto di vista linguistico è altissima. L’idea che una persona finga di essere sorda è inaccettabile. Nel primo film hanno fatto un lavoro terribile dal punto di vista linguistico: il regista non voleva catturare il movimento delle mani, ma la personalità dei personaggi, questo si poteva fare, ma a discapito dell’autenticità linguistica. Il film italiano è sicuramente molto migliore da questo punto di vista, proprio come nel film CODA. La versione statunitense e la nostra sono autentici allo stesso livello. Siamo molto orgogliosi del nostro lavoro.
Quali sono state le sfide di lavorare su un set in cui c’erano persone sorde e udenti. In particolare come ha lavorato con Sarah Toscano, con cui aveva moltissime scene?
Avrei voluto un rapporto più profondo con Sarah, ma i tempi non lo hanno permesso. Come attore, regista e produttore sono convinto che il rapporto profondo tra gli attori migliora il risultato. Visti i tempi corti io ho fatto il massimo: ad esempio fuori dal set ho cercato di avere un confronto diretto con lei, senza l’interprete, da cui lei dipendeva durante le riprese. Per me era importante, perché nel film sarebbe stata mia figlia. Lei continuava a guardarmi le mani, perché aveva lavorato con una consulente che le aveva spiegato i segni. Il problema è che la consulente era udente, ma Sarah doveva comportarsi come una persona sorda, che ti guarda gli occhi, non le mani. Nel poco tempo che abbiamo avuto insieme, ho cercato di darle questi consigli. La parte più difficile è stata quando avevamo dei dialoghi, perché a volte segnavo troppo veloce e vedevo dalla sua espressione facciale che non mi seguiva: si ricordava le sue linee, ma non le mie. Quindi ho dovuto smettere di guardarla. Con gli attori sordi, invece, era tutto più naturale, si poteva aggiungere qualche segno, improvvisare per rendere più fluida la conversazione. Con gli attori udenti era tutto più tecnico, dicevi la tua battuta, ti fermavi e aspettavi il tuo turno.
La scena più emozionante del film è proprio quella tra voi due, in cui Eletta canta per suo padre, mentre lui le tocca le corde vocali. È qualcosa che i sordi sono soliti fare?
Toccare il collo per sentire le vibrazioni non è una cosa nuova per me, l’ho sempre fatta, fin da piccolo. Tuttora io ho due bambine sorde e le tocco la gola per assicurarmi che parlino bene. E qualcosa che faccio continuamente. Nel film è un po’ diverso perché il personaggio non l’ha mai fatto: lo fa per la prima volta per potere sentire sua figlia. Per questo è stato così emozionante. Io ho dovuto immaginare che anche per me fosse la prima volta ed entrare nel personaggio.
Come è stato lavorare sul set con sua moglie, Carola Insolera, che interpreta Carola, moglie di Alessandro e madre di Eletta?
È stato interessante: non abbiamo mai lavorato così tanto assieme. Abbiamo fatto qualche sessione di fotografia insieme, ma nel film è stato un lavoro molto continuo. È stata un’esperienza nuova. Io la conosco molto bene, so quando è su, quando è giù. Non è stato difficile anzi abbiamo imparato qualcosa. Abbiamo capito che possiamo lavorare insieme, ma che è importante anche avere spazio per riposare. Durante le riprese stavamo nella stessa roulotte, nella stessa stanza, nelle stesse scene, ma anche le coppie hanno bisogno di un po’ di spazio. Io avevo bisogno di alienarmi, lei di focalizzarsi su qualcos’altro. Una volta entrati nei personaggi abbiamo fatto molto bene. C’è stata una scena in cui io e lei comunicavamo da soli, a letto. È stata una scena facilissima che abbiamo fatto molto velocemente. A differenza di quando c’erano scene con attori udenti, in cui bisognava prendere molte pause.
Il personaggio di Carola dice una frase molto forte alla figlia: credevo che tu fossi “sorda dentro”. Cosa vuol dire?
Il fatto di poter sentire non vuol dire che tu non sia una persona sorda. I CODA dentro si sentono persone sorde nel senso che sono più legate alla lingua dei segni e alla comunicazione visuale. Una volta che tu ti sei legato a una lingua visuale entri nella comunità dei “visualisti”, mentre c’è chi entra in quella dei “sonoristi”. I CODA devono scegliere tra l’una o l’altra. Quando Eletta entra nel mondo del suono c’è una perdita di connessione, per questo la madre la ritiene fuori dalla loro comunità visuale. Non è un caso che tantissimi CODA si sposano con persone sorde.
Come è stato lavorare insieme a Ridley Scott sul set del film di prossima uscita The Dog Stars?
Non posso condividere i particolari, ma posso dire che è stato favoloso lavorare con un maestro, uno dei miei registi preferiti che mi ha ispirato a fare il mio film. Lui ha diretto Black Rain con Michael Douglas, il suo film mi ha spinto ad andare in Giappone, ad Osaka, a fare il mio film sui supereroi. È bello riuscire a lavorare con una persona che ti ha ispirato. Fantastico. Ho imparato moltissimo lavorando con lui.
Come cambia l’approccio di un produttore e di un regista sordo al mondo del cinema?
Cambia moltissimo. Il problema principale è convincere le persone che devono investire milioni nei tuoi progetti. I grandi Studios vedono la sordità come una disabilità. Io non mi considero un disabile, mi considero uno straniero che usa una lingua visuale, che appartiene a una comunità visuale, che ha bisogno di soldi e di finanziamenti per fare un film mai visto. Fino ad ora sono dovuto dipendere dagli interpreti. Se un interprete non poteva venire, cancellavo l’appuntamento, per questo perdevo moltissimi contatti. Ora che la tecnologia dei sottotitoli mi permette di capire, io vado avanti per conto mio, anche se la mia voce non è perfetta. In qualche modo riusciamo a capirci, possiamo instaurare un ponte, perché abbiamo abbastanza intelligenza per capire l’essenza del messaggio. Siamo arrivati in una fase in cui io posso presentare i miei progetti, non a corto budget come in passato, ma molto più avanzati, in grado di focalizzare una cultura visuale che racconta la storia dei sordi. Con questo film, che parla di sordi e contadini è come toccare la superficie della sordità. È bellissimo ma è un punto di partenza. Il cinema si sta evolvendo, sta iniziando a capire la sordità, passo dopo passo. Chi è concentrato sul suono non ha capito ancora la modalità visuale. Dobbiamo aspettare che siano pronti.
Cosa spera che cambi dopo l’uscita di questo film?
Netflix aveva fatto film americani sulla lingua dei segni, docuseries, ma non film italiani. Penso che sia il primo passo dello Studio verso persone sorde. Il primo passo in cui io potrò chiamare professionisti sordi, non solo davanti alla camera, ma anche dietro: consulenti, assistenti al montaggio, alla produzione. Un attore deve sempre chiedere alla produzione, ma se nella produzione c’è una persona sorda è più facile spiegarsi. Sarebbe bello perché potremmo ispirare altri paesi. Mi aspetto molti più film con la lingua dei segni, che ci rappresentino, che ci facciano vedere i nostri lati positivi, i nostri poteri. Voi avete qualcosa che noi non abbiamo, ma anche noi persone sorde abbiamo qualcosa che voi non avete. Negli ultimi 100 anni sono stati fatti film che parlano di quello che noi non abbiamo, siamo vittimizzati, ora siamo in una fase di transizione. Abbiamo bisogno di sceneggiatori sordi prima dell’inizio della produzione, di una collaborazione più stretto tra professionisti sordi e udenti. Noi italiani usiamo molto i gesti, siamo a un passo dal conoscere la lingua dei segni, mentre gli altri paesi sono a due passi. Spero che l’Italia diventi il primo paese al mondo in cui tutti conoscono la lingua dei segni. È uno dei miei obbiettivi. Niente è impossibile.
#EmilioInsolera #nonabbiamobisognodiparole
03 Aprile 2026
