di  Mario Sesti

Il Giudice del Lavoro, Dott.ssa Valentina Cacace, con una sentenza del 2 dicembre 2025 ha rigettato la richiesta di “impugnazione di licenziamento per giusta causa e risarcimento danni” dell’ex dirigente del Centro Sperimentale Stefano Iachetti che sotto la Presidenza di Sergio Castellitto era stato allontanato per aver pianificato l’assunzione di personale senza autorizzazione.

Il magistrato, recita la sentenza, ha ritenuto “che non sia stata raggiunta la prova di episodi ripetuti e sistematici che integrino una sequenza di vessazioni e di comportamenti lesivi preordinati ad emarginare e ad espellere il ricorrente dall’ambiente lavorativo (mobbing), né comunque di azioni anche isolate, ma intenzionali, volte ad esercitare una forma di pressione psicologica sul ricorrente (straining).”

Allo stesso tempo, ritiene “che ricorra la giustificatezza, intesa come motivazione del licenziamento idonea a giustificare il recesso datoriale nell’ambito di un rapporto di lavoro connotato dal carattere estremamente fiduciario dell’incarico: il comportamento tenuto dal ricorrente è stato certamente in contrasto con le direttive datoriali e rilevante in termini di turbamento del vincolo fiduciario, il tutto in conformità ad una valutazione delle condotte delle parti alla stregua dei criteri di correttezza e buona fede”.

È la conclusione di un episodio che non avrebbe rilevanza di cronaca se non fosse che una insistente campagna stampa ha fatto del dirigente la vittima di un torto inaccettabile, con una notevole provvista di news e articoli, usando questo presunto illegittimo licenziamento per gettare notevoli volumi di discredito sulla gestione dell’allora presidente Sergio Castellitto.

Come responsabile, all’epoca, della comunicazione del Centro Sperimentale, ho vissuto quella temperie in prima persona (il Dr. Stefano Iachetti ha querelato anche me per diffamazione per un post su Facebook dove davo notizia del suo licenziamento: la querela è stata ben presto archiviata) e posso dire quindi di avere sulla vicenda un punto di vista privilegiato.

Posso scommettere cifre importanti su un fatto: nessuno degli organi di stampa che all’epoca diede grande risalto al licenziamento, darà notizia del fatto che la magistratura l’ha ritenuto del tutto legittimo. Provate a fare un google e scoprirete che questa notizia non compare mai. Ma questa, naturalmente, non è una notizia.

Il punto vero è che Sergio Castellitto, e Angelo Tumminelli, responsabile delle relazioni istituzionali, e il conservatore, Steve Della Casa – tutti e tre oggetto di numerose accuse da parte del Dr. Iachetti, meticolosamente smontate dalla sentenza del magistrato – si sono trovati di fronte al comportamento di un dirigente “in contrasto con le direttive datoriali e rilevante in termini di turbamento del vincolo fiduciario” e hanno fatto qualcosa che andava fatto per il bene dell’istituzione che abitavano, ovvero il Centro Sperimentale: che è una istituzione pubblica, assai prestigiosa, la più antica scuola di cinema del mondo e non è accettabile che qualcuno decida di disegnarvi all’interno del potere personale all’insaputa del consiglio d’amministrazione.

Che tutto questo sia finito nel vivo della militarizzazione dello scontro politico, producendo addirittura delle interrogazioni parlamentari, è purtroppo l’altro aspetto, più delicato e dolente: i media, soprattutto quelli a stampa, sono ormai una voce obsoleta nella società e nell’orizzonte mediatico (l’ultima volta che avete visto qualcuno con un quotidiano in mano?). Le sole possibilità di conquistare l’attenzione sono date dai social, la cui unica e tirannica drammaturgia è la macchina del fango.

Non c’è stato un solo giornalista che io, come responsabile della comunicazione, abbia invitato ad una seria inchiesta, sentendo tutte le voci in campo, comprese quelle le cui rivendicazioni la magistratura ha ritenuto ora infondate, che abbia deciso di farlo. La quasi totalità dei pezzi usciti anche su testate importanti erano costituiti perlopiù da citazioni di una interrogazione parlamentare (!!): puro giornalismo da tavolo, da copia e incolla, il cui unico fine è un titolo sufficientemente scandalistico da generare sui social una “rage bait”, ovvero l’espressione che l’Oxford University Press ha scelto qualche giorno fa, non a caso, come parola dell’anno. Si tratta, letteralmente di un “contenuto online deliberatamente progettato per suscitare rabbia o indignazione attraverso la frustrazione, la provocazione o l’offesa” .

Chi ha lavorato fino a 10, 20 o 30 anni fa in una redazione, sa bene che il giornalismo era tutta un’altra cosa. Tutto un altro sogno, tutta un’altra avventura.

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